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Se Dio esistesse, onnipotente come lo presentano, Auschwitz non lo permetterebbe

“Se Dio esistesse, onnipotente come lo presentano, Auschwitz non lo permetterebbe” – Oleg
Mandič.


Oleg Mandič nacque a Sansego nel 1933 e rimane ormai uno dei pochi superstiti dell’Olocausto. È
stato uno dei principali testimoni della vita di un bambino nei campi di concentramento. Egli fu
deportato nel 1944 ad Auschwitz insieme alla madre e alla nonna, poiché il padre e il nonno erano
entrati fra le file dei partigiani jugoslavi.
Oleg Mandič rimase nel campo dì sterminio per otto mesi, fino a trovare il momento giusto per
uscirne: fu l’ultimo bambino vivo a lasciare Auschwitz. 
Il racconto di Oleg inizia con il ricordo del numero che gli tatuarono sul braccio:189488.
Soffermiamoci a parlare di questa pratica usata dai nazisti: essi ritenevano che, data la vastità del
campo, un numero fosse la cosa migliore per identificare i deportati anche in caso di morte.
Tuttavia, era solo un processo di disumanizzazione: il deportato non aveva più un nome, non era
più un individuo ma un numero; era obbligato a imparare il suo numero a memoria e recitarlo in
tedesco. Si dice che le guardie delle SS avessero più rispetto per i prigionieri con un numero
basso, poiché era una prova della loro resilienza e capacità di sopravvivenza. Ma il numero non
era l’unico esempio della disumanizzazione nel campo.
Oleg racconta che un giorno una prigioniera non si era presentata in tempo all’appello. Non furono
i tedeschi a ucciderla, bensì gli stessi prigionieri, perché non volevano più aspettarla sotto la
pioggia e nel fango. Egli afferma anche che, se avesse avuto anche lui un manganello, l’avrebbe
presa a bastonate. “È a questo che ti porta il campo di concentramento” afferma.
La brutalità di Auschwitz non si vedeva solo nel campo di sterminio, ma anche nei treni che
deportavano le persone: Oleg racconta che un odore che si ricorda ancora del viaggio è quello
della pipì e degli escrementi. “Anche quelle piccole finestrelle che di solito ci sono per far prendere
aria alle bestie erano state chiuse con dei pezzi di legno, imbullettate” racconta, per poi aggiungere
che c’era un barile in ogni vagone all’interno del quale tutti potevano fare i bisogni. Oleg dice che al
terzo giorno, ovvero il giorno in cui arrivò, appena usciti vide la scritta “Auschwitz” su una parete,
ma non sapeva cosa fosse.
Iniziò a capire cosa fosse non appena qualcuno disse: “Maschi da una parte, donne e bambini
dall’altra”; Oleg rimase quindi con sua madre e sua nonna. Egli ricorda una grande sala in fondo:
c’erano una decina di tavoli e degli scrivani. I deportati erano invitati a formare delle colonne, per
poi svestirsi e rimanere nudi. Sua madre protestò e uno degli scrivani disse: “Ma tu, donna, cosa
vuoi? Lo sai dove ti trovi?”.
La madre rimase muta.
“Auschwitz è un campo di sterminio”.
Dopodiché li portarono al Block 10, dove c’erano altre detenute che, non appena li ebbero
guardati, chiesero loro: “Ma voi chi siete? Cosa volete?”.
“Siamo arrivati oggi, eravamo in quella che chiamano ‘sauna” risposero e quelle risero.
“Pensavamo foste già in fumo” risposero, ma essi non capirono; chiesero cosa significasse.
“Ma voi scherzate? Dove credete di essere?” ricevettero in risposta.
Il Giorno della Memoria serve per celebrare l’Olocausto, per non dimenticare le atrocità che ebrei,
zingari, persone con handicap, polacchi, soldati sovietici, testimoni di Geova, omosessuali hanno
dovuto subire. Alcuni non hanno avuto la fortuna di uscire dai campi perché sono morti prima e
ricorderemo per sempre i diciassette milioni di persone innocenti morte. Altri, invece, sono riusciti a
sopravvivere all’inferno e hanno deciso di raccontare la loro storia. come Oleg Mandič. 
Ricordiamo anche, fra i testimoni più famosi della Shoah, la senatrice Liliana Segre e lo scrittore
Primo Levi. Ricordiamo con particolare rispetto quest’ultimo, che purtroppo si uccise l’11 aprile
1987 gettandosi dalla tromba delle scale, probabilmente per il senso di vergogna che provava per
essere sopravvissuto allo sterminio nazista.
Martina Moscatelli 2a Liceo Classico


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