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Non siamo animali più uguali degli altri

di Elena Erasmi

Nella quinta parte del Discorso sul metodo, Cartesio si sofferma sulla natura degli animali. Rispetto agli esseri umani essi sono rex extensa, ovvero una pura e semplice macchina: una realtà corporea priva di ogni sensibilità. L’uomo, invece, non è solo res extensa, ma anche res cogitans, cioè pensiero.

La prova che Cartesio pone a fondamento di questa radicale distinzione tra uomo e animali è nel fatto linguistico: i suoni emessi dagli animali non sono il prodotto di una mente pensante, ma solo  “movimenti naturali”.

La visione di Cartesio ha ormai più di 400 anni e non stupisce che il pensiero si sia evoluto e alcuni concetti espressi si basino su una conoscenza incompleta.

Il ‘600 è stato un’epoca in cui, anche galvanizzati dalla colonizzazione dell’America, raggiunta dagli europei un secolo prima, si aveva la percezione che, grazie a Dio, gli uomini fossero in grado di dominare il mondo, scoprire terre ignote, assoggettare i “barbari” nativi, popolare luoghi desertici e prendere possesso di ogni creazione di Dio in quanto stirpe prediletta.

Questo “delirio di onnipotenza” tra l’altro si ripresenta ciclicamente, lo rivedremo anche a cavallo del ‘900 alimentato dalla seconda Rivoluzione industriale.

L’uomo è forse tra gli animali fisicamente più deboli: privo di artigli, corna, aculei o veleno, e con una dentatura inutile alla caccia, parimenti ha una “pelliccia” che non protegge dal freddo o dalle aggressioni. E’ quindi quasi spontaneo pensare che se ha ottenuto un ruolo apicale nella catena alimentare ci sia un disegno divino dietro tutto questo.

Buona parte degli animali di dimensione compresa tra il gatto e la mucca che oggi popolano il nostro pianeta sono stati selezionati e allevati dagli uomini come alimento o animali da compagnia, allo stesso modo si sono bonificate paludi e resi fertili deserti, creati bacini artificiali e disboscate foreste per produrre materiali o ottenere aree abitabili.

Ora che l’animale uomo può vivere sentendosi protetto nonostante la sua debolezza fisica, nascono dei dubbi etici in relazione al reale diritto e alle responsabilità connesse all’antropocentrismo.

Oggi siamo a conoscenza del fatto che gli animali sono esseri senzienti, in grado anche di avere comunicazioni complesse e gestire interazioni evolute pure tra specie diverse, abbiamo una consapevolezza maggiormente “darwiniana”, che ci permette di considerarci animali uguali seppur diversi dagli altri, in una posizione di dominio, frutto più del caso e del convergere di eventi esterni a noi fortuitamente favorevoli.

La Morale, un lusso concesso a chi non ha l’impellente bisogno di concentrarsi sulla sopravvivenza quotidiana, ci pone in difetto quando siamo messi di fronte al “tenore di vita” da noi offerto ai nostri “cugini” animali, e la nostra incalzante alterazione degli ambienti naturali ha dato il via a una serie di conseguenze a catena che probabilmente non riusciremo a fermare.

Diciamo che abbiamo messo il mondo in pericolo, ma la verità è che il mondo cambia e si adatta, saremo noi stessi le vittime della nostra arroganza.

Questa dura lezione, fornita dalla Morale, è però in contrapposizione al pensiero logico, che ci fornisce un quadro diverso: la carne è una fonte di cibo fondamentale, il cibo di origine vegetale fornisce un apporto energetico minore e i campi dedicati necessiterebbero di spazi più ampi, situazione non ideale sempre nell’ottica del rispetto di un equilibrio ecologico.

Cosa si può fare dunque? Non credo ci sia una risposta univoca: alcune specie animali sanno gestirsi dividendo i branchi e riducendo la loro proliferazione in caso di scarsità di risorse, ma è evidente che a noi “modellatori del mondo” manchino l’indole e la capacità organizzativa per percorrere questa via.

Possiamo dunque iniziare a ragionare in termini più etici, ricordandoci che anche gli animali hanno sentimenti e soffrono, e che la natura ci permette di sopravvivere e rispettare entrambi. Se proprio non possiamo evitare di sfruttare questi regni, almeno cerchiamo di farlo con rispetto, con allevamenti etici e non intensivi, con foreste e coltivazioni ecosostenibili, ridimensionando il nostro senso di onnipotenza.

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