E fu notte

di Akter Samiya

Stava per scendere la notte. Il vento ruggiva forte, facendo danzare i rami dei salici. Quell’inverno sarebbe stato davvero duro. I tedeschi erano arrivati da un pezzo a Forte Abbattuto e ora erano riuniti insieme intorno al fuoco. Guardavano tutti con diffidenza e parlavano sottovoce, quasi macchinalmente. Lev li guardava preoccupati: suo padre aveva detto che presto sarebbero dovuti scappare, in silenzio e senza dare troppo nell’occhio. La sera, mentre il bambino aspettava febbrilmente il bacio della buonanotte dal genitore, spiava dalla finestra i tedeschi, ospitati dal ricco mercante che abitava a fianco a loro. Mangiavano e si divertivano con le ragazze. Non sembravano cattivi come li definiva suo padre.
-Lev , recitami la Shemà-. Il bambino recitò e pregò per la mamma defunta, baciò il padre e spense le candele.

Stava per scendere la notte. Continuava ad avere fitte allo stomaco, il quale gorgogliava insistentemente. Gli era rimasta soltanto la mezza pagnotta di pane raffermo che aveva trovato nell’immondizia. Non aveva mangiato nulla per tre lunghi giorni. Erano passati ben cinque anni e lui era diventato un ragazzo alto e magro. I nazisti si erano presi suo padre. Si erano presi la sua casa. Gli avevano sequestrato la collanina con la foto di sua madre. Ma lui era ancora vivo. Doveva solo resistere un altro po’, ma ad ogni passo che faceva si sentiva venire meno. Era riuscito a scappare dal campo di concentramento e, ancora una volta grazie alla fortuna, era riuscito a vestirsi di vecchi stracci trovati in giro per la città. Ritiratosi in un cantuccio della strada un poco illuminato dai lampioni, addentò la pagnotta, fredda e dura, convincendosi ad inghiottire i bocconi insipidi. Una giovane ragazza con un fiammeggiante fiocco rosso tra i capelli lo guardò commossa, dopodiché si ritirò un momento in casa, per poi ritornare con un piatto di fagioli e un ciondolo di legno in mano. Gli porse il piatto e, una volta annodato il ciondolo sul collo di Lev, cominciò a recitare l’Ave Maria. Un flebile bacio sulla guancia sporca e scarna si vaporizzò. Il ragazzo rimase per un attimo intontito, ma poi iniziò a divorare il piatto di fagioli e la pagnotta senza pensarci due volte. Dopo un po’, certo che nessuno fosse in strada, si strappò di dosso il ciondolo con la croce. Sottovoce e con gli occhi lucidi, ripeteva sommessamente la Shemà.

Stava per scendere la notte. Lev si trovava nel campo di grano dove aveva trovato lavoro. Guardava le poche stelle che erano apparse a poco a poco nel firmamento e rimuginava. Suo padre era ancora vivo? Per quanto ancora sarebbe durata la guerra? Dalle notizie sembrava che gli americani stessero avendo la meglio… Un rumore di passi mal celati lo scosse. Nella penombra non vedeva molto bene, ma a un tratto scorse un uomo. Gli occhi curiosi, la faccia sporca di terra e miseria e una divisa nera a brandelli. Una divisa della Gestapo. Lev non poté trattenersi dal tremare. L’uomo lo studiava attentamente, come fa un leone vicino alla gazzella. Poi alzò il braccio e lo salutò.
-Buonasera fratello. L’inverno quest’anno è stato molto mite, non le pare-? chiese improvvisamente bonario.
-Sicuramente. Se cerca il Carola -disse nominando l’uomo per cui lavorava- è dentro al pollaio. Le auguro una buona serata-.
-La ringrazio- disse l’uomo sorridendo impercettibilmente e si allontanò. -Fallo- urlava la sua coscienza -tuo padre sta soffrendo a causa di uomini come lui-. L’agente si girò di nuovo verso Lev. -Per caso ha degli abiti in più da prestarmi?- chiese, mostrando a Lev la rivoltella che nascondeva dentro la tasca dei calzoni.
-No, signore- sussurrò, alzandosi cautamente. Entrambi si fissarono per un lungo momento, poi Lev sollevò la manica del suo camiciotto e mostrò all’agente il numero che gli avevano impresso sull’avambraccio sinistro: A-19674.
-Voglio morire da ebreo, da deportato e da figlio di Edoardo Bettinelli e Luisa Modigliani. Uccidimi-. L’uomo della Gestapo lo guardò con gli occhi fiammeggianti, ma non prese l’arma. Si lanciò furibondo contro Lev e lo riempì di pugni, finché non riuscì più a distinguere i tratti del viso a causa del sangue. Poi, stremato, si accasciò per terra….
Entrambi guardavano il cielo e ammiravano la luna che si nascondeva tra le nuvole. Nell’aria risuonarono due forti colpi di rivoltella. Poi Lev si alzò tentennando, prese in braccio l’uomo morente e piangendo recitò la Shemà. E finalmente fu notte.

Non possiamo capire cosa si prova a morire di fame, di sete, a morire asfissiati insieme a altre decine di persone che non conosci ma che in quel momento sono il tuo unico supporto, gli unici volti che puoi guardare negli occhi, gli unici corpi che puoi stringere, così forte da infilare perfino le tue unghie nella loro carne per la paura. Non possiamo nemmeno immaginare di svegliarci al mattino e piangere, perché avremmo preferito morire di notte piuttosto che soffrire ancora, ogni giorno con il terrore nel cuore. Non possiamo ed è giusto così. È giusto che rispettiamo il ricordo, che non tentiamo di immedesimarci perché non potremmo. Il dolore è unico e irripetibile, indelebile nell’anima delle persone che lo hanno vissuto e che ne soffrono. Noi possiamo e dobbiamo solo ricordare per non ripetere. “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” Primo Levi

Giuseppina Ngoma Balika